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FILIERA CORTA BIO ITALIA : VADEMECUM GRUPPI OFFERTA

ATI "Filiera Corta Bio Italia"
c/o S'Atra Sardigna Società Cooperativa agricola
Via San Benedetto 2 d ­ 09128 Cagliari
Tel. 0039 070 22275
Decreto Ministeriale N 11369 del 28/12/08
Lettera A) Azioni di miglioramento della qualità dei prodotti biologici
cofinanziato dal MIPAF

Filiera Corta bio Italia

VADEMECUM
Per i Gruppi di Offerta Bio

Indice degli argomenti

Premessa

Introduzione sulle problematiche dell'agricoltura biologica
C'è molta distanza tra produzione agricola e centri di distribuzione delle produzioni.
La distanza è un problema anche nella stessa regione.
La concorrenza sleale.
La diversificazione di gamma: un punto di forza e di debolezza insieme.
Dimensionamento minimo degli impianti.
Un Centro di Condizionamento dedicato al biologico o misto?
Aggregarsi per quali mercati?

Le Organizzazioni di Produttori ed i Gruppi di Offerta
Che cos'è un'Organizzazione di Produttori e quali criteri deve rispettare per il suo
riconoscimento
Fatturato e numero di soci
Statuto democratico
Fatturazione diretta della OP
Norme comuni di produzione e commercializzazione
A chi rivolgersi per il riconoscimento
Gli aiuti alle OP
Possibilità di aiuti per le OP Ortofrutta
Possibilità di aiuti per le O.P. dei settori non ortofrutta
OP o Gruppo di Offerta
Un caso studio: l'OP S'Atra Sardigna
I punti di interesse rilevanti

Normativa di legge sui Centri di Condizionamento e sul trasporto dei prodotti alimentari
Le normative sulle attività di condizionamento
Il trasporto dei prodotti alimentari

Normativa sui Gruppi di Acquisto e problematiche della logistica prodotti
Normativa sui Gruppi di acquisto
Come funziona un Gruppo d'acquisto?
Una filiera corta di nuova generazione
Problematiche logistiche

La formazione dei prezzi di conferimento e di vendita

Premessa

Il presente Vademecum intende fornire un supporto ai Gruppi di Offerta regionali e/o interregionali di produttori biologici già costituiti o in fase di costituzione e si articola in 5 campi
principali di interesse:

· introduzione sulle problematiche dell'agricoltura biologica
· le Organizzazioni di Produttori ed i Gruppi di offerta
· normativa di legge sui centri di condizionamento e sul trasporto dei prodotti alimentari
· normative sui gruppi di acquisto e problematiche della logistica prodotti
· formazione prezzi di conferimento e di vendita dei prodotti tipici e biologici.

La questione della aggregazione dei produttori emerge come una problematica che accompagna tutto il comparto agricolo da quando lo sviluppo delle attività commerciali ha separato sempre più nettamente la fase produttiva, e le figure che vi operano, dalla fase distributiva: è ciò che identifichiamo nella complessità della filiera, quello strano meccanismo che fa sì che la distanza tra il prezzo alla produzione ed il prezzo al consumo aumenti ogni giorno di più e sempre più frequentemente accade che il prezzo al consumo rappresenti un valore pari da 5 a 7 volte il prezzo riconosciuto al produttore. Nella filiera, che rende sempre più complessi i diversi passaggi del prodotto, prima che lo stesso raggiunga il consumatore, solo l'organizzazione dei produttori ne permette un controllo delle diverse fasi e l'individuazione delle soluzioni, anche di carattere logistico, nel senso più favorevole possibile al produttore ed al consumatore.

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Introduzione sulle problematiche dell'agricoltura biologica

In questo capitolo affrontiamo questioni che rappresentano dei limiti, spesso difficili da superare; alcuni non sono caratteristici del biologico, ma piuttosto dell'intero panorama agricolo-alimentare. L'agricoltura biologica è in forte crescita sin dagli anni 80 che ne hanno visto il primo vero successo in termini di numero di aziende e di produzioni. Oggi contiamo circa 45.000 aziende a livello nazionale ed il biologico si è affermato su tutti i segmenti di mercato, anche se alcuni di essi vedono ancora una presenza non sviluppata quanto si potrebbe. Lo sviluppo del biologico è frutto delle spinte che vengono dal mondo produttivo biologico e dal mondo consumeristico; molto meno dipende da una Piano articolato e strategico a carattere istituzionale. Questo successo, in qualche modo un po'"disordinato", ha fatto passare in secondo piano i limiti che il comparto ha avuto e tuttora ha in buona parte del comparto produttivo, anche perché spesso non sono limiti caratteristici della produzione biologica, come abbiamo già detto, e non sono facili da superare. In generale le esperienze di aggregazione di produttori sono significative per il loro valore assoluto rispetto ai produttori che aggregano, ma ancora poco rappresentative in proporzione al numero di produttori biologici che operano in Italia.

Le aggregazioni di produttori biologici, negli anni, hanno assunto varie forme:
· gruppi più o meno formalizzati di produttori (piccole società)
· cooperative
· organizzazioni di produttori riconosciute.

Le più diffuse sono le cooperative che quasi sempre operano in modo esclusivo nel comparto biologico. Le Organizzazioni di produttori si sono sviluppate solo di recente perché da poco tempo (2007) il biologico è stato ammesso come settore di riconoscimento per le O.P. Non esiste un qualche censimento dei gruppi organizzati di produttori. Ora vediamo quali sono le difficoltà che incontrano i produttori biologici e che dovrebbe suggerire loro la costituzione di gruppi organizzati.

C'è molta distanza tra produzione agricola e centri di distribuzione delle produzioni. La maggior parte delle produzioni biologiche è localizzata nel Centro-Sud Italia, mentre la
maggior parte dei centri di distribuzione sta nel Nord Italia. Ciò è vero soprattutto per le aziende di produzione, mentre per le attività di trasformazione è il Centro Nord che la fa da padrone. Questo comporta che è difficile governare la filiera, specie per le produzioni ortofrutticole, dove la commercializzazione è intrinsecamente legata al condizionamento dei prodotti (lavaggio, calibratura e selezione). Per lungo tempo i centri di condizionamento, tanto per il settore ortofrutticolo, che per altri comparti produttivi, si sono sviluppati quasi esclusivamente nel Nord Italia; tuttavia, la situazione è cambiata negli ultimi 8-10 con la crescita di nuove piattaforme aggregative di produttori biologici in Sicilia, in Sardegna, in Calabria, in Campania e Basilicata. Ciononostante, resta preponderante la quantità di prodotto, fresco che viene commercializzata da piattaforme di distribuzione di prodotti biologici, collocate nel Nord Italia.

La distanza è un problema anche nella stessa regione A prescindere dalle distanze tra Nord e Sud dell'Italia, dobbiamo rilevare anche la distanza tra luoghi produttivi aziendali e piattaforme di condizionamento e prima distribuzione. Nella composizione del prezzo finale il trasporto dei prodotti incide in misura rilevante; se il luogo di produzione è eccessivamente distante dal Centro di Condizionamento (cioè quando è superiore ai 70/100 km) i costi di trasporto per il conferimento diventano eccessivi in misura talmente rilevante da compromettere il bilancio aziendale; un'incidenza dei costi di trasporto superiore al 10% del valore della produzione lorda vendibile costituisce un freno alla sostenibilità economica più generale dell'impresa agricola.

La concorrenza sleale
Parliamo del fatto che sullo stesso mercato europeo circolano merci che rispettano determinati requisiti, decisi dalla Unione Europea, e merci che tali requisiti non li hanno come obbligo. Si
tratta di norme di carattere igienico-sanitario; di aspetti burocratico-amministrativi; di norme sulla tracciabilità; di regole contrattali e norme sindacali. Senza che si prospettino anacronistiche
barriere doganali, resta il problema che per il consumatore è molto difficile distinguer un prodotto fatto con materia prima europea (o addirittura italiana) da un prodotto fatto con materia prima extra-europea; tanto meno il consumatore ha informazioni sul rispetto dei requisiti europei da parte dei prodotti ottenuti al di fuori dell'Europa. Aggregare le produzioni per territori omogenei permette anche di valorizzare il legame tra produzione e territorio, tra prodotto e tradizione enogastronomica; non risolve la problematica, ma almeno può attutirla.

La diversificazione di gamma: un punto di forza e di debolezza insieme. La "biodiversità" interna alle aziende biologiche insieme alla necessità di attuare le rotazioni colturali, cioè il fatto che raramente un agricoltore biologico si occupa di una sola coltura e di una sola fase della filiera (multifunzionalità) costituisce un pregio ed un valore, senza dubbio, ma anche un potenziale limite che porta ad avere problematiche assai differenti e difficili da risolvere all'interno della stessa azienda di produzione, ma anche in una ipotetica struttura organizzata di
produttori; ci sono problemi totalmente differenti sia tra prodotti freschi e secchi; sia tra singoli prodotti freschi o singoli prodotti trasformati. Questa biodiversità richiede non solo una crescita professionale per ognuno dei settori di attività, ma anche soluzioni mirate ai singoli settori di intervento che spesso non sono compatibili tra loro. Per cui succede che un'azienda di produzione può dover aderire a diverse forme organizzate di produttori se vuole avere risposte efficaci per i diversi comparti produttivi di cui si occupa.

Dimensionamento minimo degli impianti.
Costituire una piattaforma di aggregazione dei produttori, se non è una piattaforma solo virtuale che lascia inalterata la organizzazione produttiva, comporta anche degli investimenti sia per
adeguare gli impianti ed i locali di condizionamento alle norme di legge, sia per fare "massa" produttiva e poter ammortizzare gli stessi impianti.
Se gli impianti non vengono ammortizzati in misura giusta, anche il prezzo finale ne risentirà con il risultato di maggiori difficoltà a collocare il prodotto sul mercato, anche in filiera corta. Stesso discorso va applicato anche per i costi di esercizio. In conclusione su questo punto: se l'aggregazione dei produttori in una piattaforma comporta, paradossalmente, un incremento dei costi di produzione, non contribuiremo ad un allargamento del mercato dei prodotti biologici, anzi, al contrario, aumenteremo il differenziale rispetto ai prodotti convenzionali.

Un Centro di Condizionamento dedicato al biologico o misto?
C'è una forte ritrosia, in generale, ad utilizzare, da parte di produttori biologici, dei Centri di Condizionamento che non siano dedicati al biologico, ma i numeri che seguono ci fanno capire
come l'opportunità data di regolamenti sul biologico di operare in strutture miste (convenzionale- bio) non può essere esclusa a priori.

Nell'ortofrutta ci vuole un Centro di condizionamento che lavora, all'anno, una quantità di prodotto non inferiore a 10-15.000 quintali di ortofrutta, ma l'ottimizzazione si raggiunge solo
dopo i 30.000 q.li. Per una cantina il quantitativo minimo su cui dimensionare un investimento è di 100.000 litri di vino all'anno, ma parliamo, soprattutto nel primo caso di prodotto venduto
principalmente con vendita in azienda o solo su mercato locale, altrimenti dovremo dimensionare l'investimento intorno ai 500.000 litri di vino. E sono solo due esempi che ci fanno capire come l'aggregazione dei produttori biologici, più di una volta, deve fare i conti con strutture che non sono dedicate al biologico.

Aggregarsi per quali mercati?
La produzione biologica ha conosciuto, negli anni, differenti target di acquisto con differenti esigenze organizzative e differenti disponibilità del prodotto; qui li elenchiamo secondo la loro
"anzianità" di ingresso nel biologico:
1) le diverse forme di vendita diretta
2) i negozi specializzati
3) i mercati esteri
4) la distribuzione organizzata (GDO)
5) la ristorazione collettiva

1) E' chiaro che per vendere il prodotto nella propria azienda, non serve una specifica forma di aggregazione produttori, ma non può essere sottovalutato, neppure in questo caso
apparentemente semplice, che l'offerta al consumatore, anche in azienda, necessita di una gamma il più possibile larga. E se questa gamma non è possibile averla solo con le produzioni
della propria azienda, si può ricorrere, nei limiti di legge, alla integrazione con prodotti di altre aziende del territorio, per esempio. L'aggregazione diventa ancora più essenziale se la vendita
diretta è effettuata verso Gruppi di Acquisto ai quali occorre fornire gamma completa, continuità, omogeneità della qualità, quasi come fosse un punto vendita tradizionale.

2) Fornire direttamente i loro prodotti presso dei punti vendita specializzati è stata la prima forma di vendita, dopo la vendita in azienda, dei produttori biologici negli anni '80. Parliamo, oggi, di oltre 1300 negozi di prodotti biologici in Italia che da soli fanno quasi al metà del mercato dei prodotti biologici in Italia. Oggi questo settore è meno importate per un rapporto diretto da parte delle aziende di produzione per diversi motivi:

a) la forza e la penetrazione commerciale dei distributori nazionali di prodotti biologici è notevolmente aumentata nel corso degli ultimi dieci anni al punto da concentrare in due-tre di
essi la gran parte della distribuzione nazionale di prodotti bio; distributori capaci di fare anche tre consegne settimanali con una gamma completa;

b) diversi punti vendita fanno parte di catene che impongono gli acquisti presso distributori
nazionali convenzionati;

c) i distributori di prodotti biologici non si fanno più tanti scrupoli ad approvvigionarsi di prodotti biologici, a più basso costo, provenienti da paesi extra-europei o comunque non dall'Italia.
Per quanto sempre meno facili da seguire, esistono canali di rapporto diretto tra produttori e punti vendita specializzati, specie nei punti vendita che vogliono esaltare la produzione locale. Le
aziende vengono escluse dalle forniture dirette, salvo che non si aggreghino, costituendo piattaforme idonee al condizionamento, o si rivolgano, per il condizionamento, in conto terzi.
Stessa esigenza esiste se si vogliono fornire i distributori nazionali di prodotti biologici nei punti vendita specializzati.

3) Per esportare prodotti agroalimentari innanzitutto occorre essere dotati di una piattaforma di condizionamento e distribuzione. Naturalmente l'Estero è un ambito molto vasto. Diverso è parlare dei paesi extraeuropei o dell'Europa. In tutti i casi esportare con continuità e senza grossi rischi, per esempio sul piano finanziario (garanzie sui pagamenti) e dal punto di vista igienico-sanitario (blocco elle merci alla dogana), è impossibile senza la partecipazione ad una forma organizzata di produttori. Non si possono affrontare i mercati esteri, specie quelli extraeuropei, senza disporre non solo della piattaforma di condizionamento, ma anche di un apposito ufficio per l'esportazione. Niente di impossibile, semplicemente non è
possibile farvi fronte da parte della singola azienda, quanto, piuttosto, insieme ad altre aziende con le stesse esigenze.

4) Le catene della GDO si sono dotate di un sistema di "accreditamento" che precede l'ingresso dell'azienda di produzione nell'elenco dei fornitori dopo una serie di ispezioni e verifiche per
accertare la uniformità della unità produttiva agli standard stabiliti dalla catena GDO. Una volta ottenuto l'accreditamento, il produttore può fornire il suo prodotto che sarà condizionato presso una piattaforma gestita da un condizionatore a sua volta "accreditato" dalla catena GDO. Il fatto che le catene della GDO si servano di una piattaforma accreditata non significa che l'unità produttiva non debba comunque fare una sorta di pre-condizionamento del prodotto, perché il


lavoro del condizionatore accreditato è solo di finitura, cioè di ultima selezione e controllo e di confezionamento nelle vaschette per i consumatore. Ecco perché anche per questo segmento di mercato è necessaria l'aggregazione di produttori.

5) Nella ristorazione collettiva le forniture sono regolate da specifiche gare di appalto che a loro volta, seguono dei capitolati che impediscono alla singola azienda di produzione, e molto spesso anche a loro aggregazioni, di partecipare alla gara. Le società che si aggiudicano l'appalto, società specializzate nel catering, in genere si rivolgono, dopo l'aggiudicazione dell'appalto, ad aziende impegnate nella produzione. Solo produttori organizzati e capaci di collettare masse importanti di produzione possono ambire a gestire delle forniture in questo settore.

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Le Organizzazioni di Produttori ed i Gruppi di Offerta

L'attuale normativa sulle Organizzazioni di Produttori è disciplinata su base europea dal Reg. CE 361/2008 (OCM ortofrutta), per quanto riguarda il settore ortofrutta e su base nazionale
(Decreto Mipaf 85 del 2007) per tutti gli altri settori; tra questi è compreso, a sé stante, il comparto biologico in senso trasversale, cioè tutti i prodotti biologici certificati secondo il Reg. CE
834/2007, con esclusione dell'ortofrutta. L'Unione Europea aiuta le Organizzazioni di Produttori ed ammette gli stessi aiuti anche quando sono erogati dagli Stati Membri, perché le O.P. sono strutture di democrazia economica con larga partecipazione dei soci alle scelte strategiche ed operative della O.P.; perché concentrano l'offerta e possono permettere al mondo della produzione di affacciarsi sul mercato con maggiore potere contrattuale; perché prevedono interventi capaci di migliorare la qualità dei prodotti e di tutelare l'ambiente e la salute dei consumatori.

Che cos'è un'Organizzazione di Produttori e quali criteri deve rispettare per il suo riconoscimento
Una Organizzazione di Produttori è un'aggregazione di aziende agricole di produzione sotto forma di cooperativa o di associazione che rispetta determinati requisiti per poter essere riconosciuta. In genere opera a livello regionale, al più interregionale; un'eventuale aggregazione di OP può costituire la AOP, cioè un'Associazione di Organizzazioni Produttori. Deve rispettare quattro principali requisiti.

1) Fatturato e numero di soci

Per il settore diverso dall'ortofrutta, se le Regioni non hanno previsto un diverso regime, occorre , in base al Decreto Mipaf 85 del 2007, avere almeno 5 soci ed un fatturato di
almeno 300.000 euro. Per il settore ortofrutta, fermo restando il numero minimo di 5 soci, esistono diversi regimi di fatturato a seconda del e tipologie di ortofrutta commercializzate (per
esempio 2.000.000 euro per il comparto ortaggi o per il comparto frutta e 3.000.000 euro per

tutta l'ortofrutta); tuttavia è all'esame del MIPAF una specifica richiesta di FEDERBIO di ridurre del 50%, per le aziende biologiche, nell'ortofrutta, il fatturato richiesto per le aziende
convenzionali.

2) Statuto democratico
Occorre adeguare gli statuti alle regole democratiche (una testa un voto; regole certe per adesione ed esclusione soci; funzionamento assembleare della OP ed approvazione del
Programma Operativo).

3) Fatturazione diretta della OP
Le vendite e la fatturazione sono esercitate direttamente dalla OP per conto dei suoi soci per almeno il 75% del fatturato di ogni suo singolo socio. E' prevista una deroga parziale nei casi di
vendita diretta aziendale o per prodotti il cui volume sia marginale rispetto al volume totale commercializzabile dalla OP o che non rientrano nella normale linea commerciale della OP. Inoltre
alcune regioni prevedono, per il settore biologico e riferito ai prodotti non ortofrutticoli, un periodo anche di due anni nel quale il requisito del 75% è abbassato ad una percentuale inferiore.

4) Norme comuni di produzione e commercializzazione
E' necessaria una piattaforma di raccolta e condizionamento dei prodotti; un disciplinare di produzione cui i soci devono attenersi; meglio ancora: un manuale della qualità che raggruppa tutte le norme interne alla OP: il funzionamento dei vari settori (amministrazione, magazzino, ufficio tecnico e ufficio commerciale); l'organizzazione dei conferimenti; il trattamento del personale e le funzioni interne alla struttura Operativa; le norme sui conferimenti di prodotto; i servizi ai soci; le sanzioni in caso di inosservanza dello stesso Manuale.

Per questi motivi il percorso di aggregazione di produttori per costituire una OP deve partire da esigenze comuni e valori strategici condivisi in materia di programmi produttivi e target di
mercato. Un percorso che abbisogna, per essere concluso felicemente, anche di un processo formativo tagliato su misura dell'area geografica interessata e dell'indirizzo produttivo prevalente. Resta il dato di fondo: costituire una OP senza svolgere una commercializzazione comune è un errore da non commettere, prima di tutto perché in contrasto con il dettato e lo spirito della legge che individua e supporta le Organizzazioni di Produttori.

A chi rivolgersi per il riconoscimento
Ci si può rivolgere alle Amministrazioni Regionali, sia per il comparto ortofrutta che per il settore biologico, che dispongono di uno specifico Ufficio per le Organizzazione di Produttori. Esiste, inoltre, una Unione Nazionale di OP biologiche (UNAPROBIO, www.unaprobio.it) cui chiedere l'assistenza per la richiesta di riconoscimento ed il supporto per predisporre lo specifico Piano di Riconoscimento.

Gli aiuti alle OP
Possibilità di aiuti per le OP Ortofrutta

Gli aiuti sono sotto forma di sostegno a Programmi Operativi: per finanziare nella misura del 50% del suo budget di spesa, detti programmi redatti dalla OP, è concesso un contributo a fondo perduto del 4,1% del fatturato della OP cui è possibile sommare un ulteriore contributo dello 0,5% dello stesso fatturato per interventi contro le crisi di mercato. Il Programma Operativo comprende interventi tra i più svariati nel campo della qualificazione delle politiche commerciali e di raccolta delle produzioni, compresa l'assistenza tecnica necessaria per qualificare le produzioni aziendali. La produzione biologica fruisce di un tasso di cofinanziamento comunitario del 60% (anziché il 50%); ciò significa che a parità di budget del Programma Operativo il contributo UE sarà del 60% del programma, anziché solo del 50%, ma comunque entro il massimale del 4,1% del fatturato della OP; per la prima volta, nella legislazione comunitaria, è stato riconosciuto, strutturalmente, un differenziale di aiuto a favore della produzione biologica rispetto all'agricoltura convezionale. Esempio concreto: una OP ha un fatturato di 2.000.000 di euro; ha diritto ad un contributo a fondo perduto di 82.000 euro, ma solo se ne spende il doppio, 164.000 euro, nel Programma Operativo (che deve essere approvato dalla Regione per conto dello Stato membro competente). Se è una OP biologica, per avere lo stesso contributo di 82.000 euro è sufficiente che il Programma Operativo realizzi una spesa di 136.667 euro (e non 164.000), perché 82.000 rappresenta il 60% di 136.667.

Filiera Corta Bio - Vademecum per i Gruppi di Offerta Bio
Possibilità di aiuti per le O.P. dei settori non ortofrutta Con il D.L.102/2005, formalizzato col Decreto Ministeriale 85 del 12.02.2007, per la prima volta, è stato istituito un settore "prodotti biologici", quindi è possibile raggruppare tutte le produzioni biologiche certificate ai sensi del Reg. CEE 834/2007 con esclusione dell'ortofrutta. Il primo anno fino ad un massimo di 100.000 euro a fondo perduto è destinato a tali Organizzazioni di Produttori, se riconosciute, per il loro funzionamento; l'aiuto prosegue, in quantità percentuale decrescente, in base al proprio fatturato, per 5 anni. Gli aiuti riguardano le classiche spese di funzionamento: ufficio amministrativo, ufficio commerciale, spese di costituzione ed avviamento della OP; spese di esercizio. L'aiuto è limitato per il periodo di avvio (5 anni) e quindi non supporta in modo strutturale la OP; per questo è possibile presentare ei Programmi Operativi che di norma sono finanziati al 50% del loro budget. Inoltre va segnalato che oramai tutti i PSR (Programmi di Sviluppo Rurale) delle diverse Regioni prevedono vari tipi di sostengo alle OP e quindi essere riconosciuto come OP biologica a livello regionale consegue un canale preferenziale nei diversi regimi di aiuto, sia per investimenti materiali che per sostegno alle spese promozionali e commerciali.

OP o Gruppo di Offerta

Le Op hanno degli obblighi, non c'è dubbio, ma la legislazione a loro favore ne moltiplica i vantaggi rispetto ad un semplice Gruppo di Offerta. Qualunque forma aggregativa di produttori, anche una semplice cooperativa che si organizza in Gruppo di Offerta, non può sfuggire all'esigenza di dotarsi di strutture e locali idonei alle attività di condizionamento e ommercializzazione. Gli investimenti necessari per adeguarsi ai requisiti igienico sanitari sono giorno dopo giorno sempre più importanti e perciò è utile che il gruppo di Offerta si trasformi in OP e si faccia riconoscere non appena ne abbia i requisiti. Naturalmente, alla base, deve esserci la volontà di una commercializzazione comune che poi presuppone un unico programma di produzione. Infatti la fatturazione deve essere esercitata direttamente dalla OP per conto dei suoi soci. E' prevista una deroga parziale nei casi di vendita diretta aziendale o per prodotti il cui volume sia marginale rispetto al volume totale commercializzabile dalla OP o che non rientrano nella normale linea commerciale della OP. Dunque occorre un solo ufficio commerciale, una piattaforma di raccolta e condizionamento dei prodotti; un disciplinare di produzione cui i soci devono attenersi; meglio ancora: un manuale della qualità che raggruppa tutte le norme interne: il funzionamento dei vari settori (amministrazione, magazzino, ufficio tecnico e ufficio commerciale); l'organizzazione dei conferimenti; il trattamento del personale e le funzioni interne alla struttura operativa; le norme sui conferimenti di prodotto; i servizi ai soci; le sanzioni in caso di inosservanza dello stesso Manuale.

Per tutti questi motivi, così come il Gruppo di Acquisto è una forma ancora elementare di organizzazione della domanda (e si va verso gli Intergas o le cooperative miste tra GAS e Gruppi
di produttori), così il gruppo di offerta può essere il primo passo verso la costituzione di una vera e propria OP che ha alla base esigenze comuni e valori strategici condivisi in materia di
programmi produttivi, target di mercato, organizzazione del lavoro.

Un caso studio: l'OP S'Atra Sardigna
S'Atra Sardigna è una organizzazione di piccoli produttori biologici costituita nel 1982 e da allora opera esclusivamente nel settore delle produzioni biologiche: ortofrutta, formaggi, vino, olio,
pasta, miele e confetture, altri trasformati. Gestisce 4 punti vendita diretta in Sardegna ed un Rifugio Agrituristico; i suoi mercati di sbocco sono così determinati:

Vendita diretta e mercato locale 40%
Estero 45%
Italia 15%.

Il fatturato 2009 è di circa 5.000.000; occupa quasi 30 unità; associa circa 80 aziende di produzione biologica sparse in tutta la Regione ed alcuni anche extraregionali; ha un
riconoscimento di OP ortofrutta ed un iter di riconoscimento come OP prodotti biologici per i settori non ortofrutta.

I punti di interesse rilevanti
·Produttori che gestiscono la filiera; questo si realizza attraverso le diverse riunioni dei soci che discutono di programma di produzione, scelte commerciali e mercati di sbocco, nuovi
· investimenti; è anche la garanzia che avvenga un certo controllo sulla formazione dei prezzi di conferimento.
· Rapporto col territorio; l'OP ha rapporti costanti con le Amministrazioni Locali e con le forze sociali; è accreditata presso la Regione Autonoma Sardegna come soggetto con cui interloquire su PSR ed altre politiche regionali
· Scelta del biologico oltre le motivazioni di mercato; questo si concretizza nell'impegno a 360 gradi a favore della ecosostenibilità e nella partecipazione dei soci ad attività che esulano dallo
stretto settore "agroalimentare"; questa scelta è ampiamente documentata dal fatto che S'Atra Sardigna ha iniziato ad operare nel biologico ben prima che fossero erogati i contributi
comunitari per il biologico e dal fatto che non ne ha mai usufruito
· Associazionismo e cooperazione; è il punto della democrazia economica che non si declina solo a livello della azienda di produzione e raccolta e commercializzazione, ma anche attraverso al

promozione e gestione di strutture consortili di secondo livello in cui S'Atra Sardgina svolge un'azione rilevante· Identità con un paesaggio ed un'Isola; la politica aziendale ha considerato questo punto un "plus" da utilizzare nella strategia comunicazionale anche valorizzando nel packaging, come nei materiali di presentazione della OP e dei suoi prodotti, delle tradizioni enogastronomiche della Sardegna; ciò ha dato forti risultati al punto che fuori dalla Sardegna il biologico sardo è identificato con S'Atra Sardigna; ma questo punto vuol dire anche usufruire, per S'Atra Sardigna dell'immagine positiva che la Sardegna ha nell'immaginario collettivo dei non sardi in Italia e nel Mondo.

· Filiera corta nelle sue varie forme; per quanto sia possibile, S'Atra Sardigna ha sviluppato questo settore attraverso i negozi a gestione diretta, ma anche promuovendo la nascita di
Gruppi di Acquisto ed il mercato contadino settimanale "La terra e La Piazza" a Cagliari

· Piacere di innovare ed allargare gli orizzonti; a prescindere dalla dimensione e dalla forma societaria, un'azienda deve avere questa propensione alla innovazione; ciò si realizza favorendo
con specifiche politiche attive, l promozione di quadri giovani nei ruoli chiavi della struttura operativa e nei processi di formazione ed aggiornamento che coinvolgano tute le figure aziendali egli amministratori della OP.

· Capacità imprenditoriali e gestionali; una Organizzazione di Produttori ha necessità vitale di una forte e qualificata struttura di quadri capaci di gestire, dal punto di vista imprenditoriale,
l'azienda; ciò i ottiene col tempo, ma anche con la selezione e la formazione dei quadri; e neppure è estranea una politica che da una lato privilegia la specializzazione e dall'altra strizza
un occhio anche alla "pluriversatilità" dei quadri operativi ed alla possibile interscambiabilità di ruoli, per quanto sempre entro certi limiti.

· Politica di marchio; punto centrale del successo di una Organizzazione di Produttori, biologico o meno, è un marchio unificato, bello e riconoscibile facilmente; molti operatori del settore riconoscono queste qualità il marchio aziendale; resta il fatto che le produzioni di tutti i soci sono commercializzare con un unico marchio della OP e questo da' un forza eccezionale alla politica commerciale.

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Normativa di legge sui Centri di Condizionamento e sul trasporto dei prodotti alimentari

Le normative sulle attività di condizionamento

Esistono norme di legge, alcune specifiche contenute nel Reg. 834/2007, altre di carattere generale e valide per tutte le produzioni agricole, che impongono regole da osservare nel
condizionamento e nella commercializzazione di prodotti biologici e tipici. Tutti i prodotti agricoli e alimentari sono soggetti a normative che prescrivono gli obblighi cui
deve assoggettarsi l'operatore al momento di costituire una piattaforma di condizionamento e distribuzione delle proprie produzioni. Nel settore ortofrutticolo, per esempio, vige la norma che il prodotto, salvo che non venga venduto direttamente al consumatore finale, deve essere lavorato in un Centro di condizionamento che disponga:

Di una superficie minima di capannoni coperti (dipende dal quantitativo di prodotto da
condizionare, ma mai meno di 2000 metri quadri)

Di un volume minimo di locali condizionati frigo (come sopra)

Di macchine per la movimentazione e la lavorazione del prodotto /carrelli elevatori, transpallet, macchine per la pulizia e calibratura; anche qui esigenze specifiche richiedono macchine
altrettanto specifiche, ma vale la norma, anche per il biologico, che i prodotti devono essere calibrati a seconda della categoria dia appartenenza, comunque nel rispetto delle caratteristiche
merceologiche del singolo prodotto; le casse o i cartoni devono essere etichettati con fascette che riportano una serie di indicazioni obbligatorie, tra cui il numero di iscrizione del Centro di
Condizionamento al registro Operatori, gestito sino ad alcuni anni fa dal Mipaf ed ora sotto il controllo delle Regioni.

Di personale appositamente formato sulle normative inerenti il condizionamento e la conservazione dei prodotti e più in generale sulle normative igienico-sanitarie. Se invece che
ortofrutta parliamo di formaggi, troveremo norme altrettanto severe, se non di più, in materia igienico-sanitaria, in particolare per la pulizia degli ambienti di lavorazione e di conservazione
per garantire le giuste temperature per ogni fase del processo di condizionamento. Così, pure per il settore vinicolo e per quello oleario, diventa importante garantire la qualità dei locali e dei
recipienti per la conservazione del prodotto, oltre che avere attrezzature di produzione del vino e dell'olio, efficienti e perfettamente funzionanti.

Tutti gli operatori che esercitano l'attività di condizionamento ortofrutta devono essere iscritti alla Banca Nazionale Dati Operatori Ortofrutticoli (B.N.D.O.O). In particolare l'obbligo è verso i grossiti, gli imprenditori agricoli, la stessa GDO.:

Non sono tenuti all'iscrizione alla B.N.D.O.O., ne' sono soggetti all'obbligo di conformità alle
norme di qualità per la commercializzazione:
1) all'interno della regione di produzione, gli imprenditori agricoli che vendono, consegnano o avviano i prodotti ortofrutticoli a centri di confezionamento, d'imballaggio o di deposito, nonché
gli imprenditori detentori di centri di deposito, che esclusivamente avviano i prodotti verso i centri di confezionamento e di imballaggio;
2) gli imprenditori che avviano esclusivamente i prodotti ortofrutticoli agli impianti di trasformazione;
3) gli imprenditori che cedono nella propria azienda i prodotti ortofrutticoli direttamente al consumatore, per il fabbisogno personale di questo ultimo;
4) le imprese che esclusivamente conferiscono prodotti ortofrutticoli alle organizzazioni di produttori o alle cooperative di appartenenza per la commercializzazione;

Per alcune categorie di operatori la normativa vigente subordina l'obbligo di presentazione della domanda al superamento di una soglia minima di commercializzato annuo ( euro 60.000,00 ) dei prodotti normati: GDO (ipermercati, supermercati, discount ed altre grandi superfici di vendita) e dettaglianti. Il commercializzato di cui trattasi, deve riferirsi a tutti i punti di commercializzazione utilizzati dall'operatore interessato ed al complessivo volume annuo commercializzato dei soli prodotti ortofrutticoli normati, al netto di IVA;

Anche le imprese di nuova costituzione sono tenute a richiedere l'iscrizione alla B.N.D.O.O. e devono farlo entro e non oltre 30 gg dall'inizio dell'attività, fatta eccezione per gli operatori il cui obbligo è subordinato al superamento della soglia minima del commercializzato, pari ad Euro 60.000 al netto dell'IVA per i prodotti normati, per i quali, tale termine è individuato entro e non oltre 30 gg dalla conclusione dell'anno in cui si è realizzata tale condizione.

Gli ortofrutticoli devono rispettare delle caratteristiche merceologiche minime stabilite per legge e vengono suddivisi per categorie (Extra, I, II) a seconda del calibro, dell'aspetto ed a seconda che presentino o meno delle alterazioni superficiali. La categoria di appartenenza deve essere indicata nella etichetta del cartone/cassetta di imballaggio, insieme al numero di iscrizione nel Registro Operatori Ortofrutticoli (B.N.D.O.O.).

Una cassa di prodotto classificato in una determinata categoria deve rientrare tutta in quella categoria; è ammessa una tolleranza che varia a seconda del prodotto. Indicazioni precise
esistono anche per il modo di imballaggio e per la presentazione dei prodotti. Senza entrare nei dettagli molto particolareggiati sulle norme di riferimento, qui basta accennare al fatto che un
Centro di Condizionamento per essere autorizzato ad operare e mantenere i requisiti per essere iscritto alla B.N.D.O.O. deve avere una figura di Responsabile Qualità che, in aggiunta al
Responsabile di Magazzino, vigili sul rispetto del a normativa in tutte le fasi di lavorazione, stoccaggio e commercializzazione degli ortofrutticoli. Queste due figure sono distinte rispetto al
Responsabile della Produzione, cioè colui che è impegnato in campagna per gestire tutte le fasi colturali, produttive in senso stretto. La specializzazione di queste tre figure sarà tanto maggiore quanto più complessa ed articolata è la dimensione dell'azienda.

Se si tratta di una Organizzazione di Produttori, oltre a ciò, si avrà anche che il Responsabile della Produzione è figura distinta ed aggiuntiva rispetto ai produttori agricoli ed assume una funzione di programmazione e coordinamento del lavoro dei produttori.

Il trasporto dei prodotti alimentari
La questione dei trasporti è un altro dei problemi di cui tenere conto nella gestione logistica. La normativa non obbliga, in assoluto, a trasporti dedicati per prodotti biologici, pure se alcuni
accorgimenti devono essere presi, in particolare p evitare che insieme ai prodotti biologici viaggino anche mezzi tecnici agricoli incompatibili con il metodo biologico e che cimossa essere
qualche fenomeno di deriva di principi attivi non ammessi in agricoltura biologica, con una contaminazione dai prodotti convenzionali trasportati ai prodotti biologici contenuti nello stesso
mezzo di trasporto. Un problema sussiste quando singoli produttori hanno necessità di utilizzare mezzi di trasporto idonei, tanto per i prodotti deperibili in genere che per i prodotti surgelati che a loro volta possono costituire una forte diversificazione dei prodotti freschi eccedentari (esempio succhi di frutta e minestre). Ogni categoria di prodotto ha esigenze proprie di condizioni di trasporto, in particolare in merito alla temperatura da garantire durante tutto il viaggio, che non sempre sono compatibili tra loro. Eppure può capitare che un'azienda, specie se si tratta di aggregazione di produttori e non di produttore singolo, abbia necessità di servire il determinato cliente sia con frutta e verdura, per esempio, che con formaggi. Allo stesso tempo la stessa organizzazione di produttori vuole evitare il rischio di un trasporto non "dedicato" verso prodotti biologici ed intende utilizzare lo stesso mezzo di trasporto, completando il carico con dei formaggi, sempre per esempio. Ci troveremo di fronte ad una difficoltà che potrà essere superata non tanto utilizzando una temperature media tra quella più alta degli ortaggi e quella più bassa, dei formaggi, quanto inserendo dei pannelli divisori tra due scomparti del mezzo di trasporto, meglio se entrambi forniti di autonomo motore frigo; in caso contrario si utilizzerà il comparto col motore frigo per i formaggi che hanno bisogno della temperatura più bassa e si tarerà il frigo alla temperatura dei formaggi; quindi si utilizzerà il pannello divisore per creare uno scomparto che non ha frigoria diretta nel proprio vano e che quindi avrà una temperatura frigo più mite di quella dei formaggi.

E' un esempio di soluzione ad un problema di difficile risoluzione; non è neppure quella ottimale sotto tutti gli aspetti, ma è la più valida alternativa all'utilizzo promiscuo del mezzo di trasporto
con prodotti convenzionali o, ancora peggio, all'utilizzo parziale del mezzo di trasporto quando non si riesce a completare il carico con una sola tipologia di prodotti.
Un problema specifico riguarda i prodotti surgelati; sia per i trasporti interni che per quelli internazionali si possono avere delle difficoltà a riguardo che verranno esaminate nel capitolo
successivo, così come verranno esaminate anche le problematiche relative al trattamento a freddo che si rende necessario, per esempio, per alcuni trasporti di agrumi.
Il trasporto verso estero costituisce, data la lunghezza dello stesso, una problematica specifica ben più complessa rispetto alle consegne sul territorio nazionale. Per questo, specie per gli altri
Continenti, ci si rivolge a spedizionieri internazionali ai quali, in genere, si fa curare anche il groupage. Se non si è in grado di noleggiare un container tutto per i propri prodotti, si avranno costi diversi e maggiori che per il container completo, ma lo spedizioniere garantirà per tutto il trasporto, anche con i servizi assicurativi aggiuntivi, la continuità della catena del freddo ed i rischi connessi ai danneggiamenti dei prodotti lungo tutto il periodo del trasporto.

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Normativa sui Gruppi di Acquisto e problematiche della logistica prodotti

I Gruppi di Acquisto sono formati da consumatori che decidono di aggregarsi per acquistare i prodotti alimentari direttamente dai produttori e poi distribuirli tra le proprie famiglie.
Ci sono motivazioni il più delle volte economiche alla base della costituzione di un Gruppo, dal momento che acquistare direttamente dai produttori, anziché nei mercati, significa risparmiare sui prezzi delle merci, ma spesso si tratta anche di una scelta di Stille di vita e di valori. In questi casi la filosofia di un Gruppo d'acquisto va anche oltre al semplice e concreto risparmio e si parla di Gruppi di Acquisto Solidale (GAS); sono Gruppi di acquisto che partono da un approccio critico al consumo e che vogliono applicare il principio di equità e solidarietà ai propri acquisti. I criteri che guidano la scelta dei fornitori in genere sono all'insegna della qualità del prodotto, dell'impatto ambientale totale (prodotti locali, alimenti da agricoltura biologica, imballaggi a rendere).

Tutte le garanzie suddette si uniscono poi nello sviluppo dei circuiti brevi con le garanzie offerte ai produttori che si vedono riconosciuto il giusto prezzo di vendita evitando così che grosse
organizzazioni commerciali possano estorcere al produttore condizioni di vendita non sopportabili.

I Gruppi di Acquisto si possono coniugare in tre forme diverse di strutture organizzative:

· Associazione, che è la più funzionale. E' necessario redigere uno Statuto e un Atto Costitutivo da depositare all'Ufficio del Registro, ma non occorre depositare l'atto presso un notaio
· Appoggio ad associazioni esistenti. Pur mantenendo la propria autonomia, il Gruppo può appoggiarsi a un'associazione che già svolge questa attività
· Gruppo spontaneo. Non ha una struttura definita, ma è frutto di una volontà comune, quindi non ci sono particolari vincoli da seguire.

Normativa sui Gruppi di acquisto
In base alla normativa approvata dal Parlamento Italiano il 5 novembre 2007 (Commissione di Bilancio del Senato - emendamento alla legge finanziaria) gli aspetti fiscali dei GAS sono stati
regolati in modo inequivocabile: l'attività di acquisto e distribuzione agli aderenti svolta dai GAS costituisce attività "non commerciale".

Questo il testo integrale approvato:
· Comma 47 bis: Sono definiti "gruppi di acquisto solidale" i soggetti associativi senza scopo di lucro costituiti al fine di svolgere attività di acquisto collettivo di beni e distribuzione dei medesimi, senza applicazione di alcun ricarico, esclusivamente agli aderenti, con finalità etiche, di solidarietà sociale e di sostenibilità ambientale in diretta attuazione degli scopi istituzionali con finalità etiche e con esclusione di attività di somministrazione e vendita.

· Comma 47 ter: Le attività svolte dai soggetti di cui al comma 47 bis, limitatamente a quelle rivolte verso gli aderenti, non si considerano commerciali ai fini della applicazione del regime di
imposta di cui al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972 n 633, ferme restando le disposizioni di cui all'art 4, settimo periodo del medesimo decreto, e ai fini dell'applicazione del regime d'imposta di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986 n 917.

Come funziona un Gruppo d'acquisto?

IL Gruppo può dotarsi di uno statuto, ma non serve atto notarile, come abbiamo detto; una volta costituito formalmente il Gruppo, l'atto costitutivo e lo statuto si possono registrare alla locale Agenzia delle Entrate (in tal caso entro 30 giorni dalla costituzione o dall'atto formale di costituzione). Uno statuto tipo di Gruppo di Acquisto lo si può trovare sul sito
www.filieracortabio.eu. Dotarsi di uno statuto or regolamento è cosa molto opportuna per evitare fraintendimenti, ma non è obbligatoria, mentre, per mantenere il requisito di attività non
commerciale, è essenziale che nell'attività del Gruppo non ci sia un sovrapprezzo tra il momento dell'acquisto e quello della vendita.

Qualche Gruppo riconosce ad un suo coordinatore che organizza il lavoro un piccolo compenso per le attività di distribuzione dei prodotti, per esempio attraverso un a spesa gratuita a suo
favore; più frequentemente tali compiti sono assolti in modo volontario turnando le persone impegnate in tale compito.

Le esperienze in questo campo sono molto diverse, così come lo sono le forme di aggregazione tra le persone.
In genere le cose funzionano in questo modo.
1) Si decide su quali prodotti si vuole far funzionare il Gruppo; per esempio, alcuni gruppi nascono per acquistare collettivamente impianti energetici alternativi e non beni alimentari
2) Si fa una cernita dei possibili fornitori e li si seleziona a seconda di alcuni criteri: ecosostenibilità in primo luogo, quindi vicinanza al Gruppo di Acquisto e altro
3) le diverse famiglie o persone compilano un ordine che verrà poi trasmesso ad un capo gruppo o coordinatore il quale, trasmetterà a sua volta l'ordine o ai singoli produttori o ai gruppi
organizzati di produttori.
4) Il produttore e/o l'organizzazione tra produttori provvede a rendere disponibile le merci o a consegnarle direttamente al capo-gruppo che smisterà alle singole famiglie.
Il punto di forza del gruppo d'acquisto è l'impegno volontario che si esercita sia nelle prenotazione, che negli ordini e nelle consegne.

Problematiche logistiche

Il locale

Il problema principale è che ogni Gruppo deve poter disporre di un locale dove ricevere le merci: uno scantinato, un garage, o un locale presso scuole o parrocchie. E' vero che questi locali, fermo restando l'esigenza del decoro e del rispetto delle norme sanitarie, non sono soggetti ai controlli igienico-sanitari o di carattere urbanistico di un normale esercizio commerciale; tuttavia molti Gruppi trovano difficoltà a reperire un locale idoneo oppure hanno difficoltà ad associare oltre le 15/20 famiglie proprio per questo motivo.

Il trasporto

Un altro aspetto è quello dei trasporti. Non dal punto di vista del Gruppo (che in genere riceve la
merce nel suo locale), ma dal punto di vista dei produttori che trovano difficoltà a servire Gruppi
di modesta entità come sono appunto, la media dei gruppi di Acquisto; muovere un mezzo di
trasporto per 20/30 cassette di ortaggi e frutta è troppo dispendioso

I prezzi

C'è anche la questione dei prezzi: tenere prezzi bassi, per il produttore è molto difficile se i costi
di preparazione cassette e di trasporto, come detto, sono ripartiti su bassi volumi. Per questo
conta anche la dimensione del Gruppo di acquisto.

Una filiera corta di nuova generazione
Su questa base nascono gli Intergas che aggregano più Gruppi di Acquisto (per esempio la Cooperativa Aequos della Lombardia raggruppa una trentina di GAS); in questo modo la domanda è di una certa consistenza che permette di muovere volumi di prodotto tali da abbattere i costi logistici. Ovvio che l'attività dell'Intergas non è più un'attività assimilabile a quella di un semplice GAS e pertanto deve essere realizzata nel rispetto delle norme fiscali, sanitarie e amministrative di una normale struttura commerciale ed ha necessità di una piattaforma; nel caso specifico la scelta, intelligente, è stata quella di utilizzare una piattaforma service per la quale si paga l'utilizzo dei servizi e non un affitto a costo fisso mensile. Una variante, ancora su questo stesso filone, è la costituzione di cooperative miste di consumatori e produttori (per esempio "Le strade del fresco", di Milano); in questo caso la solidarietà tra produttori e consumatori si misura nel concreto dei programmi di produzione e nella individuazione, volta per volta, delle soluzioni più idonee per fare incontrare domanda e offerta. Anche in questa ipotesi, si utilizza una struttura come piattaforma, ma a differenza del caso della cooperativa Aequos, la cooperativa Le strade del fresco applica un margine del 10% di ricarico sul costo d'acquisto dei prodotti per pagare i costi intermedi prima di arrivare al consumatore.

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La formazione dei prezzi di conferimento e di vendita

La ragione principale per cui il fenomeno "filiera corta" si espande è quella economica perché l'abbattimento del numero di passaggi, di norma, comporta un prezzo finale al
consumatore più basso dei prezzi medi al minuto. Per un corretto processo di formazione dei prezzi al consumo, fermo restando che qui non si entra nel merito dell'equità del prezzo alla produzione che da solo, meriterebbe uno specifico approfondimento, sono necessarie alcune riflessioni.

Prendiamo ad esempio il settore ortofrutticolo. Partiamo da un prezzo di conferimento base 100. Cioè, al produttore agricolo viene riconosciuto il prezzo di 100. Il prodotto viene conferito al Centro di condizionamento della Organizzazione di Produttori. A tale costo di produzione si dovranno aggiungere i seguenti oneri:
selezione, lavaggio e calibratura
costi degli imballaggi
confezionamento
stoccaggio
trasporto
costi di commercializzazione
oneri amministrativi
costi promozionali.

L'incidenza di tali costi è percentualmente variabile in funzione del volume totale di prodotto lavorato e può andare da un minimo del 15% fino al 25-30% del volume di vendita, nel caso di strutture sotto utilizzate o sottodimensionate. Se si tratta di una Organizzazione di Produttori riconosciuta dal a UE per il settore ortofrutta (Regolamento CE 361 del 2008) allora si potrà beneficiare di un contributo a fondo perduto per i programmi operativi della stessa O.P. che permette di abbattere i costi di funzionamento almeno del 4,1% del fatturato di vendita ed i costi del condizionamento, difficilmente salgono sopra il 20%. In tali costi abbiamo considerato l'incidenza del e spese occorrenti per arrivare, dalla O.P. ad una catena di punti vendita o a un distributore.

A questo punto interviene il costo del gestore della catena di punti vendita e del singolo punto vendita. Se il prodotto, partito a valore 100 dal produttore, è salito a 120/130 dopo il condizionamento presso la O.P., per bene che vada dovrà sopportare un ulteriore ricarico di quasi il 100% e si ritroverà sullo scaffale del punto vendita, a disposizione del consumatore, tra un valore di 240 ed un valore di 300. In realtà tutte le statistiche indicano che fatto 100 il prezzo del produttore si arriva mediamente anche a 400 al consumatore ed in alcuni casi si supera pure questa forbice. Perchè accade ciò? Succede che il numero di passaggi è spesso molto più elevato di quelli che sopra sono descritti. Ciò avviene per diversi motivi che riguardano le politiche distributive, le scelte aziendali del e catene di grossisti e distributori, la necessità di raggruppare per prodotti omogenei la logistica e la distribuzione; ci possono essere anche fenomeni speculativi; più in generale il controllo della filiera sfugge al primo anello della stessa (il produttore) e raramente è sotto controllo di una Organizzazione di Produttori perché anch'essa, benché abbia più forza contrattuale, comunque competere con difficoltà con le grandi centrali distributive.

Come ci si regola nel caso di rapporti diretti tra Gruppi di produttori e Gruppi di Acquisto? Riprendendo l'esempio precedente, avremo che il prodotto esce dalla Organizzazione
Produttori a 100 euro; il Gruppo Produttori/OP applicherà un margine variabile, ma in genere intorno al 20%; anche nell'ipotesi che il Gruppo di Acquisto sia coordinato con altri
Gruppi, si serva di una piattaforma ed applichi un 10% di ricarico, avremo un prezzo finale al consumatore di 140/145, comunque molto più basso dell'oscillazione tra 240 e 300 che
troviamo nel circuito ordinario di vendita.

In generale si può dire che i percorsi di filiera corta, siano essi con i Gruppi di Acquisto, con la vendita in azienda o con mercatini, permettono di abbattere almeno della metà i
costi della filiera che vanno dal momento che il prodotto esce dal Centro di condizionamento fino al prezzo finale al consumatore e ciò non solo con un evidente risparmio per il consumatore, ma anche con maggiori soddisfazioni per il produttore. Esperienze concrete di gruppi di acquisto e di mercatini permettono di tagliare un buon 30-50% dal prezzo finale al consumo dei prodotti biologici.

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